Tutto ciò che delle mie letture mi incuriosisce, mi emoziona, mi fa arrabbiare, mi fa sorridere, mi porta via, mi resta addosso per tanto tempo. Come la forma dell'intreccio della paglia. A gambe nude, d'estate.

lunedì 9 settembre 2013

Da "Chi ti ama così", di Edith Bruck (Marsilio, 1998)




Io avevo appena sette anni, andavo a scuola ed ero felice perché quello era l'unico rifugio dalle liti familiari. Negli altri giorni, quando non potevo più sopportare nessuno, andavo nel bosco vicino e, distesa nel fango ghiacciato, piangevo per lunghe ore. Quando mi doleva la schiena e avevo fame me ne tornavo a casa dove mia madre mi strofinava le mani e i piedi per riscaldarmi. Molte volte uscivo proprio per questo: quando tornavo, mia madre era affettuosa e con le sue mani grassocce e vellutate mi accarezzava con tenerezza.


(...)

L'inverno era il periodo più penoso perché l'uragano spesso portava via pezzi interi di tetto e dovevamo correre con le pentole per raccogliere la pioggia che entrava. Anche la legna mancava spesso e anche il cibo. Quando vedevo la faccia di mia madre, verde dal freddo, e i miei fratelli chini sulla stufa che soffiavano facendo un fumo soffocante, andavo nel bosco a rubare la legna asciutta. Se non riuscivo a portarne via un po' perché c'erano le guardie, il cibo doveva cuocere tutta una giornata e, quando era pronto per essere mangiato, ne rimaneva appena appena: tutti l'avevano più volte assaggiato. Durante le vacanze andai a lavorare con Eliz per una piccolissima paga, o per un po' di cibo come mele o prugne guaste. Solo le feste mi piacevano, si mangiava di più e qualche volta mio padre tornava dai suoi viaggi con caramelle, scarpe o vestiti nuovi. Erano giornate felici e dalla gioia improvvisavo canzoni. Mia madre sorrideva, guardando mio padre con orgoglio e tenerezza. Allora lui le dava un pizzicotto su un braccio in segno di affetto. Li guardavo, e dentro di me avrei voluto piangere.

Mentre io crescevo la vita continuava con le solite liti, le solite preoccupazioni e quando vedevo che il mangiare mancava andavo a rubare uova e galline ai vicini. Ma solo ai ricchi perché ero troppo onesta per rubare ai poveri. Mia madre pregando chiedeva perdono a Dio per i nostri peccati, ma io lo trovavo giusto e non lo consideravo un peccato.


(...)

Mio fratello soffriva di appendicite ma il medico condotto si rifiutava di visitarlo perché ormai da anni diceva "Heil Hitler". Chiamammo quelli che curavano con le erbe e spesso riuscivano a fargli passare il dolore. A scuola aumentava l'odio verso noi ebrei, e i nostri compagni si divertivano a farci ogni sorta di spregi. La maestra era addolorata, e asciugandomi la faccia sporca cercava di spiegarmi che gli uomini non erano tutti così.

(...)

Era la Pasqua del 1944. Fu una festa triste; i miei genitori appena si parlavano e giravano su e giù per la casa. Ci guardavamo silenziosi, e non sapevo perché. Più tardi mio padre e mia madre dissero dei tedeschi che erano arrivati al villaggio. Domandai perché dovevamo aver paura ma essi non risposero. Mi sentivo male. Mia madre, forse per dirmi qualcosa, mi pregò di portare in soffitta le pentole che usavamo solo per Pasqua, e aggiunse che con ogni probabilità non sarebbero più servite.

(...)

Entrarono i gendarmi bestemmiando. - Fuori! - dissero. - Portate con voi solo un cambio di vestiti, lasciate i soldi, l'oro e in cinque minuti tutti davanti alla casa! - Sentii un bambino piangere vicino alla nostra casa e vidi radunata a pochi passi una numerosa famiglia ebrea. Mia madre si mise le mani nei capelli e urlava e implorava Iddio. Mio padre girava su e giù in mutande cercando qualcosa per noi misteriosa, poi con la speranza in volto fece vedere ai gendarmi le sue medaglie di guerra dicendo che lui aveva valorosamente combattuto per la patria. Ma quelli risero e buttarono via le medaglie gridando che niente valeva né le medaglie, né noi, né la nostra vita e che eravamo cani schifosi, e che se non ci sbrigavamo, con un paio di calci saremmo stati molto più svelti.
Ci furono discussioni e offese reciproche ma la legge è legge. Mia madre cominciò a preparare un fagotto, e quando domandò dove ci avrebbero portati, i gendarmi non risposero. Io cercai le mie cose care per nasconderle e speravo di trovare tutto al mio ritorno. Mia madre gridò contro di me che anche in quel momento non pensavo che ai miei giocattoli. In cinque minuti fummo pronti. Mi fermai un attimo a guardare la nostra casa nuova, gli alberi, il giardino che mi sembravano morti da tanto tempo. Il salice piangente sotto la finestra era piegato fino a terra e i suoi rami erano esseri umani impiccati e tante braccia morte che cascavano. Il villaggio era buio e le case chiuse; le salutai con tenerezza. Camminavamo con le mani nelle mani e senza vita. Fecero alzare tutte le famiglie ebree che dormivano.
Il villaggio cominciava a svegliarsi, era l'ora del lavoro e i contadini vedendo la nostra triste carovana si fermavano sulla strada, senza muoversi, e con le lacrime agli occhi allungavano la mano per un saluto. Era proibito toccarci e anche salutarci. Corsero sulla strada con pane e cibo per noi. Ma non potevano darcelo. Arrivammo alla Sinagoga, dentro vi era tutta la comunità. Ci salutammo con rassegnazione. Gli uomini e le donne si alzarono davanti alla "Tora" dicendo: - Ascoltaci Dio di Israele, - ma lui non sentiva, era senza orecchi e senz'occhi e parlarono i morti con i morti. Ogni ora, i gendarmi venivano a chiederci denaro, oro, frugando nei posti più incredibili. Ci fecero spogliare nudi, gli uomini separati dalle donne, e ficcarono i loro diti in tutti i buchi che una bestia può avere. Mi veniva da ridere, non mi vergognavo di fronte a loro. Trovavano sempre qualche cosa da portar via.

Rimanemmo tutta la notte nella Sinagoga. Mi guardai attorno e mi accorsi del mondo dove vivevo, e osservai quello che accadeva non più come una bambina. La mattina dopo, di buon'ora, ci portarono alla stazione. Facendoci attraversare tutto il paese ci davano calci e ci sputavano in faccia. Si divertivano, i nuovi signori. Era impressionante per me vedere come la gente cambia la pelle al pari dei serpenti e vomita veleno. La popolazione stava sulla porta di casa, molti piangevano. I poveri erano i più numerosi perché i ricchi non hanno molte lacrime. Osservavo quelle tristezze e ridevo nervosa. Alla stazione ci buttarono nei vagoni bestiame.

(...)

Erano già passati tre mesi dal giorno del nostro arrivo. Mia sorella, durante lo "Ze-appel" sveniva spesso.
Correvano le voci più incredibili, che saremmo ritornate a casa, che sarebbero arrivati gli ungheresi a liberarci. Noi le chiamavamo le notizie di latrina. Ogni tanto ci mandavano nella baracca delle docce e noi guardavamo tutto con orrore chiedendoci se sarebbe venuta l'acqua oppure il gas. Ci portavano spesso a disinfettarci e anche questa era una sofferenza perché il posto si trovava a otto chilometri dal nostro campo, e dovevamo attendere per lunghe ore in fila, nude, il nostro turno. Nel frattempo i giovani tedeschi si divertivano a punzecchiarci il sedere con le canne dei fucili, oppure sputavano sui nostri capezzoli e chi riusciva a colpire il bersaglio da tre o quattro metri diventava un campione.

Mi sembrava che il tempo non passasse mai. Un giorno diedero l'ordine di partenza a un gruppo di trecento persone, i più forti del lager, e fra loro naturalmente c'eravamo Eliz e io.
Ero contenta di questa partenza perché negli ultimi giorni Eliz voleva suicidarsi, e forse non mantenne il suo proposito perché la nostra famiglia non ebbe mai un carattere forte e deciso. Il nuovo lager si chiamava Kaufering. Ci distribuirono vestiti civili, abitavamo nel bunker e andavamo a lavorare ogni mattina alla costruzione di strade e fossi. Molti finivano col rimanere nel bunker perché dicevano di non aver più la forza di lavorare, ma i malati non servivano ai tedeschi e li portavano via ogni giorno con i camion dove non si guarisce più. Lavorare, essere forti, perché ammalarsi era un lusso. Dopo cinque settimane, il lavoro fu compiuto e fummo trasferite a Landsberg. Il lavoro anche qui era su per giù lo stesso. Ma gli strumenti per scavare la terra erano più pesanti di noi. I soldati non facevano parte delle SS ma della ORT, erano più umani, e un giorno presi il coraggio e chiesi a uno di loro, che mi sembrava un buon uomo, un po' di pane. Lui mi disse di tornare all'ora del rancio. Aspettai quel momento con ansia. Prima mangiai la nostra zuppa di rape, poi andai a cercare il mio uomo, avevo paura che cambiasse idea. Mi sedetti di fronte a lui e gli guardavo la bocca. Mangiava con tale appetito e non speravo più che mi lasciasse qualcosa. Poi cercai di sorridergli dolcemente, piansi anche, a un certo punto gli dissi: - E io? -. Mi fece segno di allontanarmi e io mi scostai disperata e delusa. Infine mi passò quasi con rabbia la gavetta e disse: - Lavala!
Appena l'ebbi in mano mi accorsi che dentro vi era pane e marmellata. Mi voltai, guardandolo con infinita riconoscenza e lui accennò con gli occhi a un piccolo segno d'intesa. Da quel giorno litigavo con le ragazze che volevano lavare la gavetta del soldato, e io mi opposi tenacemente dicendo che il soldato era mio e soltanto mio. Ringraziai mille volte quell'uomo dagli occhi buoni.
Divisi il cibo con Eliz, come sempre lei faceva con me. Mi dava spesso qualcosa quel soldato e io lo guardavo sempre con un bene infinito. Dopo poche settimane lasciammo anche questo posto. Mentre camminavo e salutavo il soldato piangevo e lui commosso ripeteva: - Povera bambina!

(...)

Le nostre facce affamate avevano l'espressione della pazzia. Spesso assalivamo i contadini strappando dalle loro mani le rape che portavano alle bestie, rimanevano immobili e si chiedevano come degli esseri umani potessero essere ridotti così. Ma io avrei voluto urlare: "Siete stati voi".


(...)

Cominciarono a mandare la gente a casa, e noi avevamo deciso di andarci al più presto, senza attendere il nostro turno. Ne parlavamo con Michel e suo fratello ma essi non erano d'accordo. Così decidemmo, con altri quattro ragazzi, di affrontare il viaggio. Alcuni soldati ungheresi ci pregarono di portarli con noi. Allora noi avevamo l'aiuto della AJDC mentre loro no e chi sa quanto avrebbero dovuto attendere prima di rimpatriare. Ritirammo i viveri e i pochi soldi che ci distribuivano, e partimmo.
Viaggiammo giorno e notte con i mezzi più diversi e nelle città dove c'erano i comitati della AJDC prendevamo tutto quello che potevamo. A Pielsen raggiungemmo il primo trasporto che andava in Ungheria. Pregammo la guida di darci un posto nel treno. Dopo molte discussioni furono d'accordo di accettare noi, ma era più difficile per i militari cattolici che ci accompagnavano. Insistemmo che erano nostri amici di prima della guerra, gente per bene. Alla fine riuscimmo a unirli a noi, ma non potevano dare da mangiare né da fumare per tutti perché il trasporto era destinato ai soli registrati. Accettammo, dicendo che ci saremmo procurato il necessario permesso dalla AJDC. Ad ogni città in cui il treno fermava, Eliz e io andavamo all'ufficio della AJDC dove raccontavamo storie commoventi e litigando e piangendo riuscivamo ad avere quello che volevamo. Fu un viaggio penoso; l'unico posto dove potevamo sedere era il gabinetto, e spesso dovevamo alzarci per lasciare che la gente lo occupasse. - Avete tutti la diarrea, - dicevo infuriata - oppure ci fate alzare apposta perché abbiamo con noi dei cristiani? - Mi guardavano male dicendo che avevamo dimenticato tutto troppo presto. Pensavo che in parte avevano ragione ma era anche possibile che quei soldati fossero buoni, non fossero nazisti, e senza il nostro aiuto avrebbero forse dovuto attendere anni per tornare a casa. Non avevo trovato perfino fra i tedeschi chi mi aveva aiutato?

(...)

In Germania avevamo perso tutto e tutti e sposavamo per non restare mai, neanche un istante, soli. Vivevamo la vita giorno per giorno ancora sotto l'incubo della morte.

1 commento:

  1. bello, coraggioso e fatto bene questo "articolo" tratto dal libro di Edith Bruck.
    Non lo avevo mai letto e grazie a chi ha fatto questo blog di libri ..

    RispondiElimina